La bambina obliqua

 

 

Forse un dio delle rondini aveva visto. Qualcuno, qualcosa dall’alto era stato testimone.

La bambina obliqua aveva ribattezzato il mondo in un attimo, in quel non tempo; dolce meridiana inclinata nell’erba, aveva trovato ostinata il punto tra gli oceani del giorno e della notte. Aveva bucato la rete, anticipato i profumi, ritardato la luce.

Quel cielo di padre, tarlato dal vino e dalla miseria e quel cielo di madre, ripiegato con cura ogni sera in una ritualità inamidata che è degli sconfitti, si erano dissolti.

Ora un odore si sta spostando, nell’incauto agire abbaiano i cani randagi; lei corre. Tutto intorno è palpito, sussurro, notte.

La bambina obliqua fa il campo a ritroso. Piccola Penelope disfa la sua tela perchè domani non arrivi, perchè il tempo si congeli. Le sue braccine tese sfaldano onde d’erba adulte e cattive.

Sette anni per sempre. O per un altro giorno almeno.

Il dio delle rondini aveva visto, certo. Aveva visto i lividi, i bicchieri rotti in casa, le corse della madre infrante contro le pareti, la furia cieca del padre. Una sera dopo l’altra, ostinatamente. Aveva visto la bambola di pezza calpestata, le matite colorate rotolare dappertutto.

Ognuno di noi è in viaggio per non restare solo; verso un paese che non conosce, verso un sogno, un amore, una speranza.

Si parte sempre, si va via prima di nascere, si va via dall’utero materno, dall’innocenza, dall’adolescenza, dalla vita stessa. E si cerca approdo sempre verso necessarie o possibili isole.

Ma perchè quel dio non era intervenuto? Perchè aveva permesso che suo padre si avvicinasse con quella pietra?

Gli sterpi s’impigliano alle calze, come le ciglia alla rete densa delle lacrime. Sassi, foglie, spine, fiato. Corri, non ti fermare, corri.

Un cuore di lucertola le pulsa elettrico nella gola, un battito più grande di quanto quel corpicino possa sopportare dà ritmo al suo passo asincrono e senza respiro.

In quella tenebrosa pozzanghera di spasimi una parte della mente o dell’anima rimane vigile, sogna il sentiero verso un nulla più amico di qualunque certezza familiare.

La bambina obliqua piega la schiena alla corrente della notte e all’immensità che la sovrasta mentre il silenzio chiama tutte le cose per nome.

La rete della vita è così vasta che tutto è sempre possibile. Quando la speranza manca la paura vince. L’attimo presente contiene gli effetti del passato e le cause del futuro. C’è un istante in cui il cambiamento è pronto, ancora prima che si veda.

Un giorno può diventare eterno, una notte può andarsene in un lampo. L’angoscia dilata il presente, la speranza ci proietta nel futuro. I nostri occhi possono vedere il passato: il sole è già tramontato da qualche minuto quando lo vediamo scomparire all’orizzonte.

La bambina obliqua è distrutta e intatta, frutto caduto senza toccare il suolo. Se ci fosse qualcuno presente nel bosco in questo momento lei vorrebbe stupirlo volando tra gli alberi.

Invece la sua corsa è zoppa, ansimante, disperata. E il mondo è spaventosamente diritto, geometrico, definitivo.

Sette anni per sempre. O per un altro giorno almeno.

Un ginocchio frantumato con una pietra e mai ingessato. Un crocevia comune a tanti bambini. Caviglie spezzate e ricomposte dalla parte sbagliata. Braccia e piedi amputati in tenerissima età. Mani ritorte e lasciate così a calcificare.

E’ l’officina del dolore, che fa sbocciare compassione e denaro.

La bambina obliqua ha lasciato il suo piede a Bacau, nel fondo nero di un distretto della Romania.

Qui c’è chi deturpa i propri figli per offrirli come giocattoli mostruosi alla fiera dell’accattonaggio. In prestito, in vendita, in affitto. Buttati per le strade tra i gas di scarico e la pietà ad orologeria dei passanti. Vestiti di stracci e di vergogna.

La bambina obliqua ha visto lentamente la sua caviglia compattarsi in una forma nuova e aberrante.

Pensava che la schiavitù l’avrebbe resa libera. Quando sono arrivati quegli sconosciuti in macchina e l’hanno portata via, lei si è consegnata in un sollievo di lacrime. Duemila euro in contanti e l’affare tra l’uomo con gli occhiali a specchio e i genitori si è concluso.

In macchina c’era anche un altro bambino, senza braccia.

Poi all’alba il passaggio in Italia, su un minibus, la contrattazione veloce col doganiere. Al tramonto la periferia di Torino. Il primo bambino che scende e che diventa sempre più piccolo dallo specchietto retrovisore. Ancora qualche chilometro, la fabbrica abbandonata sotto il ponte.

Sono pomeriggi di marciapiedi e di pioggia, sempre lo stesso incrocio, un angolo retto ostinato e perfetto, un delta nero dove sfociano due fiumi opposti di gente che si riversano schiumeggianti tra le vetrine. Sono mattine di un Natale imploso e livido, di sguardi compassionevoli e disgustati, di finto non vedere e di parole ad aria compressa, sature di ipocrisia, che passano sopra la sua testa appoggiata sul tombino.

Poi la notte ogni notte, la grande fabbrica abbandonata sotto il ponte. Il saldo della giornata da consegnare ai padroni. Urla. Guai a non portare abbastanza denaro. L’elemosina di una mancia. Qualche ora angosciosa di sonno, una reliquia di pace frantumata dal riflesso degli abbaglianti che passano continui sul ponte e lacerano le serrande.

Si parte sempre, si va via prima di nascere, e si cerca un approdo sempre verso necessarie o possibili isole.

In un’alba qualunque la bambina obliqua ha visto la ferita di luce nella grande saracinesca della fabbrica abbandonata ed è scappata. E’ passata tra i furgoni dei padroni che di città in città smistano questi corpi interrotti e ha iniziato a correre; il piede buono, ora è un compasso per avanzare e tracciare nella terra bruciata semicerchi di disperata speranza.

Sassi, foglie, fiato, sterpi. Corri, non ti fermare, corri.

Sette anni per sempre. O per un altro giorno almeno.

Uno scomporsi e ricomporsi continuo, comico e tragico tra gli abitacoli della notte. Bacau e il suo piede sono lontanissimi, come i suoi genitori. Il presente è gola di lucertola che tambureggia in tutti i capillari. Sterpi, sassi, fiato, spine.

Negli occhi l’uomo con gli occhiali a specchio che l’ha presa dai suoi genitori, le aquile e i teschi tatuati, i nomi femminili, le maledizioni, le croci, e i volti di santi sul suo corpo. La paura di ritrovarlo dietro ogni albero del buio. Quei denti d’oro lampeggiano da ogni frasca e sputano bestemmie e birra nera.

L’odore si sposta ancora, i cani abbaiano, una tosse convulsa le rimbalza nel petto; i muri che ingoiavano le corse della madre sembrano ora alzarsi per lei ovunque; la paura, il balbettare sgrammaticato di una preghiera, l’apnea dei pensieri.

Poi la gamba buona che manca l’appoggio; la scarpa che si sfalda e il piede che sprofonda nel fango molle; sterpi a tagliola si allacciano elettrici e rapidissimi intorno alla caviglia che s’inabissa nella melma. La bambina è bloccata. Prova a strattonare, i suoi piccoli muscoli gridano, si sforzano, piangono.

Il dio delle rondini non vede? Non vede che la bambina è lì, bloccata, che non può nè avanzare nè retrocedere? Non capisce che presto i padroni da cui è fuggita le saranno addosso?

Quando la speranza manca la paura vince. L’attimo presente contiene gli effetti del passato e le cause del futuro. C’è un istante in cui il cambiamento è pronto, ancora prima che si veda.

Ecco all’improvviso un calore tenue che si spande a irrorarle il corpo e le guance, una luce intima e consapevole che accarezza e benedice gli occhi. La bambina guarda le sue gambe, ora uguali, di pari lunghezza. La caviglia della gamba buona è affondata all’altezza di quella deturpata.

Due piccole magre leve fioriscono simmetriche dal fango, le spalle sono tornate in asse. Il capo eretto.

La bambina si apre in un sorriso, non è più obliqua; il giorno e la notte si fondono, il fango si ritrae, tornano a sbocciare i fiori, i giocattoli dei primi giorni affiorano nell’erba. La bambola di pezza è intatta, le matite colorate sono allineate davanti a lei. La filastrocca di un tempo accarezza l’aria, il bosco diventa Bacau; ecco i suoi genitori, sono giovani, sorridono, la tengono per mano, le fanno fare l’altalena. Come un tempo.

I padroni stanno arrivando, i cani abbaiano, ma non importa. Il dio delle rondini ha visto. La paura si allontana, il mondo s’inclina nella luce di un’alba tenera e superiore, le foglie, i fili d’erba, i rami s’inarcano profumando della sola ragione della bellezza; lei è tornata diritta, con gli occhi asciutti, in un chiarore azzurro non di questo mondo. E sorride, e socchiude gli occhi, e sorride ancora, nell’epifania del suo equilibrio ritrovato.

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